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MUSICA: “Maria Stuarda in Rome, “Sono una donna, non sono una diva””

Il 22 marzo due regine del bel canto si sono affrontate a muso duro sul palcoscenico del Teatro Costanzi: Carmela Remigio nei panni di Elisabetta d’Inghilterra e Marina Rebeka in quelli della cugina e rivale Maria Stuarda nell’omonima opera tratta da Schiller. Musica di Donizetti, parole – anzi parolacce – di Giuseppe Bardari. Signora Rebeka, come si sentiva nel rivolgere alla sua collega complimenti tipo «figlia impura di Bolena», «meretrice indegna, oscena», «vil bastarda»? Si racconta che nel 1834, a una prova della prima versione napoletana poi vietata dalla censura, volarono schiaffoni tra Anna Del Serre (Maria) e Giuseppina Ronzi Begnis (Elisabetta). Ma Donizetti le calmo chiamandole ambedue con un epiteto di tre sillabe che e meglio tacere.

E  stato un momento molto intenso alla prima, e per di piu in diretta radiofonica! «Figlia impura» non e  tanto semplice da affrontare perche  bisogna essere sicuri che l’emozione non rompa la voce e che si raggiunga il giusto «grado di cottura» con dizione precisa e un credibile accento di disprezzo. Comunque sia, Carmela ed io avevamo inaugurato l’inizio delle prove con un bel pranzo insieme, cosı da tenere ben distinto il piano della vita reale da quanto accade sul palcoscenico (ride).

A Roma, dove lei ha trascorso molto tempo come studentessa, questo non era il suo debutto in scena. Come definirebbe il suo rapporto con la Citta Eterna?

Gia da studentessa consideravo un sogno vivere a Roma. Ci ho abitato tre anni quando studiavo a Santa Cecilia, ma non mi sono bastati per vedere tutto quello che desideravo. Adoro Roma per il suo fascino antico, per il meraviglioso cielo azzurro, le romantiche serate a Trastevere, le sue viuzze piene di vita. E proprio la Citta Eterna che esisteva prima e continuera ad esistere dopo di te, citta d’arte e di musei, delle chiese, dei ristoranti, della vita notturna e dei concerti in Auditorium. La storia spunta ad ogni angolo. Il fascino di Roma e unico. Ricordo che quando ancora studiavo a Santa Cecilia ho assistito a una recita della Thais di Massenet al Teatro dell’Opera, sognando che un giorno sarei salita su quel palco. Dopo tanti anni eccomi qua. Il Costanzi ha dietro una grande storia, e spero tanto che possa riacquistare la sua statura mondiale. Ha un’ottima acustica, un pubblico molto attento ed accogliente. Per me cantare in Italia e sempre una sfida e un piacere, perche  l’opera e nata qui e ognuno dovrebbe capire ogni parola, ogni sfumatura di significato.

Fino a non molti anni fa i melomani italiani non avevano idea che in Lettonia, un piccolo e civilissimo Paese sulle fredde sponde del Baltico, si coltivasse con tanto amore l’opera in musica. Va bene, c’era stato un certo Richard Wagner che aveva diretto per un paio d’anni l’opera di Riga… Ma poi, dopo tanto tempo, proprio da Riga ci e arrivata una pioggia di stelle della lirica nate nell’ultimo quarto del secolo scorso: Elina Garanca, Kristine Opolais, Maija Kovalevska, e lei stessa, Marina Rebeka, la piu giovane di tutte queste bravissime e bellissime compatriote che ormai appaiono regolarmente su tutti i palcoscenici del mondo. O forse ne dimentico qualcuna?

Se, com’e giusto, vogliamo allargare il discorso agli uomini e ad altre specialita , dobbiamo menzionare il tenore drammatico Aleksandrs Antonenko, il basso-baritono Egils Silins , molto noto in Germania. E poi la violinista Baiba Skride, il violinista e direttore Gidon Kremer, ormai acclamato in tutto il mondo al pari dei suoi colleghi Mariss Jansons e Andris Nelsons, maestro e allievo. Questa domanda mi viene fatta molto spesso. Direi che le ragioni sono varie, ma la principale e certo l’istruzione. Mi sento in grado di parlarne perche  ho avuto la possibilita di paragonare i due sistemi educativi, Lettonia e Italia, e devo dire che il nostro e molto piu forte. Cominciando dal fatto che da noi si fa lezione di canto 4 -5 volte a settimana, mentre in Italia solo una. Poiche  si tratta di memorizzare il suono e l’assetto muscolare, per ottenere il risultato desiderato e importantissimo far lezione quasi ogni giorno. Altrimenti dopo una settimana si dimentica tutto e si deve ricominciare quasi da capo. Non meno importante e la storia della musica. In Italia basta conoscere il compositore, le sue opere principali, e magari il suo inquadramento stilistico. Ma tutto in sede teorica, mentre in Lettonia dovevamo essere anche in grado di suonare tutti i temi principali e secondari di ciascuno dei suoi lavori maggiori: ad esempio di tutti i movimenti di una sinfonia. Poi esercitazioni di dettato e riconoscimento del brano a partire dall’ascolto registrato. In piu avevamo solfeggio, armonia, forma musicale. E polifonia, che in Italia, la patria di Palestrina, non si fa studiare ai cantanti. Chissa perche?

Da noi, a parte i corsi specialistici di canto e direzione corale, tutti studiano subito da solisti. Gia Verdi lamentava questa mancanza e auspicava la creazione di quartetti vocali per eseguire Palestrina, Marcello e i grandi polifonisti italiani. Ora pero ci racconti: a quando risale il suo primo contatto con la lirica?

La storia del perche  sono diventata cantante lirica sembra un film. Quando avevo 13 anni mio nonno mi porto a vedereNorma al teatro di Riga. Prima di allora non sapevo cosa fosse l’opera. Fu amore dal primo suono. Dopo il primo atto dissi al nonno « Io saro cantante d’opera e cantero Norma». All’epoca nessuno mi credeva, ma eccomi qua, dopo 23 anni, a debuttare in Norma al teatro Verdi di Trieste!

Dopo i primi diplomi in Lettonia e a Parma lei ha scelto di perfezionarsi a Salisburgo e a Pesaro, come dire casa Mozart e casa Rossini. Giusto in febbraio abbiamo pianto la perdita di Alberto Zedda: filologo e direttore di enorme esperienza oltre che gentiluomo amabilissimo e maestro di tanti giovani talenti. Lei come lo ricorda? Cosa ha imparato da lui?

Prima ancora di lasciare Riga ho studiato un’estate con Grace Bumbry al Mozarteum. Poi mi hanno ammessa a pieni voti al Conservatorio di Parma, e di la mi sono trasferita a Santa Cecilia, dove mi sono diplomata nel 2007 – sempre con la lode. Poi e venuta subito l’Accademia Rossiniana; un’esperienza indimenticabile per chiunque, come indimenticabile resta per me il Maestro Zedda. Era abbastanza dura: due settimane di lavoro senza una pausa, ogni giorno chiusi in teatro mentre fuori c’erano l’estate, il mare, i gelati. Lezioni coi registi, le truccatrici, il foniatra… e con Zedda. Lo chiamavamo Maestro Yoda, come in Guerre stellari. Era saggio, forte, molto espressivo ed esigente. Era il suo metodo: non accontentarsi mai se fiutava un certo talento. Per me l’Accademia e stato il vero inizio della carriera; la ho firmato il primo contratto dopo aver cantato la Contessa di Folleville nell’allestimento giovanile de Il viaggio a Reims. Passa un paio di mesi e il Maestro mi fa un’audizione per un ruolo micidiale: Anna Erizzo in Maometto II. Vale due Traviate. Lungo, difficile, quasi proibitivo per una principiante. Mi disse: «Marinuccia, impara due arie e il duetto e poi vieni a fare l’audizione ». Era inverno, hanno aperto per me il Teatro Rossini. Freddo e deserto. Cantai dallo spartito e poi il Maestro mi chiamo in disparte: «Marinuccia, tu sei un animale a cui bisogna dire tutto in faccia», e mi segnalo un sacco d’imperfezioni nelle colorature e nello stile. Io stavo zitta. Poi mi guardo con intensa espressione e mi disse: «Hai capito? Anche la Callas aveva un brutta voce ma guarda cos’e riuscita ad tirarne fuori a forza di lavoro». Lo ringraziai del paragone, convinta che non mi avrebbe scritturata. Invece in una settimana mi arriva un contratto per tutte le recite. Il Maestro era severo ma anche giusto, non ho mai avuto paura di lui.

Dopo la scuola di perfezionamento e i concorsi vinti, ecco i primi debutti in scena. Per la carriera di un giovane cantante e la fase critica che molti non riescono a superare. Per lei e stato tutto facile o qualche volta e stata tentata di lasciare?

Quasi ogni grande cantante che conosco ci ha pensato almeno una volta nella vita. Noi combattiamo coi nervi e con l’insicurezza, dobbiamo essere psicologi per collaborare con colleghi e registi, viaggiare molto restando in buona salute, passare tanto tempo in solitudine. E non possiamo mai smettere di perfezionarci studiando nuovi ruoli, ascoltando tanta musica, leggendo libri, visitando mostre per arricchire la nostra esperienza umana. Spesso la gente pensa di noi che facciamo la bella vita perche  ci piace cantare e lo facciamo senza fatica, vediamo il mondo, frequentiamo grandi alberghi e ristoranti. Niente di piu falso. Spesso non riesco neanche a vedere la citta dove canto. E se ti capita di lavorare con un regista che t’impone di fare cose contro il testo, contro ogni logica e psicologia, contro quello che ti senti dentro… Tutto diventa una fatica enorme e una continua ricerca di compromessi. Poi si arriva sul palco, l’orchestra e in buca, e tutto si complica di nuovo. Il tuo costume puo essere scomodo, la regia ti mette in posizioni dove non senti l’orchestra, non vedi il direttore. Nonostante tutto cio credo di essere una donna felice perche  faccio quello che amo fare e sono arrivata abbastanza in alto.

Sono dunque finiti i tempi delle primedonne spensierate, che tutti correvano a servire e adulare senza che mai dovessero alzare un dito fuori dal teatro?

Finiti, certo. Ormai siamo tutti per meta artisti e per meta businessmen e businesswomen. Oggi essere cantante lirico significa non solo saper cantare, ma saper comunicare, conoscere bene due o tre lingue, organizzarsi i viaggi, gestire il corpo e la salute. Gia trovare un agente e una difficolta enorme. Devi sapere chi lavora con chi, chi ci sa fare, di quali voci ha piu bisogno se vuoi farti accettare nel suo roster. Lo stesso vale per gl’insegnanti. Io non credo che esista un insegnante buono per tutti, depositario di una ricetta universale. Non importa con chi hai studiato, ma cosa sai fare. In tutti questi anni un solo teatro al mondo mi ha domandato il titolo di studio: l’Arena di Verona. Non il Met, ne  il Covent Garden, ne  la Scala, ne  l’Ope ´ra. La voce e uno strumento fragile, e in piu non si vede come lavora. Vediamo solo la posizione della laringe e quella del respiro; e poi sentiamo il risultato finale. Spesso si lavora usando l’immaginazione. Percio il miglior maestro e quello che cerca una strada personale per ogni allievo. Ci sono tante scuole, tanti approcci diversi ma la meta e sempre quella: armonia psico-fisica e bel suono.

Con una voce come la sua, tre ottave fuse e bene appoggiate, e con una proiezione che le permette di farsi sentire al Met come alla Scala e all’Arena di Verona, lei ha cantato quasi di tutto: da Ha ¨ndel a Verdi, da Mozart a Massenet, da Rossini a Ciaikovski. Senza dimenticare Schubert e Gretchen am Spinnrade, che lei interpreta magnificamente. Ma ci sara pure un Fach, una tessitura o una serie di ruoli dove si sente piu a suo agio, oppure sente di essere – come si diceva una volta – un «primo soprano assoluto»? Quali considera i suoi cavalli di battaglia?

Mi ha sempre interessato cercare i vari colori della mia voce in diversi repertori. Esprimermi in vari stili e in varie lingue sfidando molteplici difficolta tecniche mi fa sentire piu ricca in tutti i sensi. Le colorature di Ha ¨ndel sono diverse da quelle di Rossini o di Mozart, il suono richiesto – o meglio: provocato – dallo stile mozartiano e molto diverso da Puccini o da Ciaikovski. Sono troppo perfezionista? (ride).

Dipende dai punti di vista. Ci sono oggi molti divi buoni a tutto e molti sedicenti specialisti, ma forse nel mondo della musica c’e spazio anche per i perfezionisti. Benedetti Michelangeli, tanto per fare il nome di un non cantante.

Chiaro: ci sono certi ruoli che mi sento piu nel cuore. Spesso sono personaggi che rie sco a capire tramite la musica e un testo « forte ». Fra questi posso mettere Violetta Valery, Juliette, Thais, la Manon di Massenet, Tatjana nell’Onegin, Leila nei Pescatori di perle, Norma. La bellezza melodica non e tutto per me. Non avrei mai pensato di diventare una cosiddetta «voce rossiniana». La prima volta che ho ascoltato Il viaggio a Reims mi sono detta: «Questa non la cantero mai».

Mai dire mai…

Infatti. Il mio primo ruolo al Teatro Verdi di Parma fu in unBarbiere per le scuole; il mio primo CD con EMI e stata la Petite Messe solennelle, a Salisburgo ho debuttato in Moı ¨ se et Pharaon, il primo agente l’ho incontrato all’Accademia rossiniana. Posso dire che Rossini e nel mio destino. Non l’ho scelto io, ma lui ha scelto me. A proposito di Fach:e un discorso interessante. Un tempo non esisteva proprio; si cantava quello che si riusciva a cantar bene.

Semmai il compositore riscriveva il ruolo originale per adattarlo ai mezzi di un certo cantante…

Bei tempi! Tanti ruoli che noi consideriamo drammatici avevano allora un altro approccio, il diapason era piu basso, le sale piu piccole, gli archi suonavano sulle corde di budello…

E organici come quello del San Carlo di Napoli – forse il piu nutrito d’Europa – oggi non farebbero impressione a nessuno, pero la media era molto piu bassa.

Giusto! Percio non possiamo esser del tutto «autentici», ma dobbiamo sempre cercare di tenerci il piu vicino possibile al testo musicale e all’intenzione del compositore. In base alla tessitura del ruolo, all’orchestrazione, al peso drammatico possiamo capire quanto bene o male ci stia certa parte.

Allora ci dica quale ruolo vorrebbe assolutamente interpretare prima di ritirarsi; diciamo entro il prossimo mezzo secolo.

Violetta e Norma sono sicuramente i ruoli piu adatti alla mia personalita e vocalita .I ruoli che vorrei interpretare ancora nel prossimo futuro sono Manon di Massenet, Alcina di Händel, Rusalka di Dvorak, Leonora in Trovatore. Piu in la – se mai la mia voce maturasse in quella direzione – vorrei affrontare Abigaille, Aida, Butterfly. Ma su questo potro decidere nei prossimi cinque anni e non prima. Devo vedere a quali sviluppi mi portera il repertorio che mi offrono.

A questo punto sarebbe d’obbligo una domanda finale sui suoi futuri ingaggi, ma per quello basta consultare il sito di Operabase. Visto che siamo su una rivista impegnata in primo luogo a recensire la discografia, vorrei chiederle: perche  lei incide cosı pochi CD e DVD? Anzi, forse per mia colpa, io conosco solo una deliziosa antologia di arie mozartiane su etichetta Warner, diretta da Speranza Scappucci alla testa della Liverpool Philharmonic. Ma era il 2013. Possiamo aspettarci qualcosa di nuovo anche in questo campo?

Operabase non dice tutto; informazioni piu complete si trovano sempre sul mio sito. L’industria del CD e in grande crisi, non da oggi. Il progetto mozartiano era esclusivamente mio: ho trovato l’orchestra, ho preso accordi con Speranza Scappucci, ho cercato i fonici, ho firmato tutti i contratti. La produzione del master si e fatta tutta a mie spese. Poi Warner-EMI mi ha comprato i diritti in cambio di una piccola percentuale sulle vendite. Ho cercato di fare altri progetti, ma ho trovato sorde le grandi etichette discografiche, a parte una, che pero chiedeva da me un impegno finanziario non indifferente. Ho capito che quasi tutte hanno gia uno o piu soprani da promuovere e non sono interessate a creare loro concorrenza. Inoltre, se sei sotto contratto con una major non hai molta voce in capitolo quanto alle scelte di cast e repertorio. A me piacerebbe invece personalizzare il progetto scegliendo un repertorio che ritengo interessante e colleghi con cui avere una corretta e piacevole collaborazione.

Diciamo che su questo punto lei non ha avuto fortuna, oppure che le logiche commerciali prevalenti non sono poi tanto interessate al nuovo…

Ma quest’anno il ghiaccio dovrebbe rompersi, perche  se le grandi etichette m’ignorano, due importanti orchestre tedesche sono venute a cercarmi: la Symphonieorchester des Bayerischen Rundfunks e i Bamberger Symphoniker. Per il 2018 sono gia in previsione due CD. Questa collaborazione mi permette di lavorare ad altissimo livello discutendo tutti i dettagli che ritengo importanti. Per me registrare un CD e come lasciare nella storia una traccia di cosa so fare meglio e di come sento la musica. Non e un progetto commerciale o una fonte di grande pubblicita . Con una major sarebbe diverso. Loro ti organizzano il tour e il video su YouTube; ti fanno firmare dischi, fotografie, gadgets e tutto il resto. Ma la mia vita e tanto piena di cose da fare che non potrei reggere il ritmo. Voglio anche vivere la vita normale di una donna e di una mamma, ed e una scelta che vale la pena di fare.

Carlo Vitali in “MUSICA” n. 287 – Giugno 2017