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Review

I TEATRI DELL’EST NON E SOLO – NORMA – REVIEW – STAATSOPER HAMBURG

Marina Rebeka (...) ne sortisce una personalità travolgente per intensità di fraseggio, adeguatezza ed incisività dell’accento cui si sommano la ricchezza di armonici, l’estensione in saettanti acuti di forza, e la musicalità adamantina. Apprezzabile nelle agilità della cabaletta “Ah bello a me ritorna”, quanto ammirevole nelle dinamiche che dal fortissimo si stemperano in piani e pianissimo di rara suggestione, potendo prendere le note e modularle con salda fermezza.

AMBURGO: Norma – Vincenzo Bellini, 8 marzo

 

8 marzo 2020
Andrea Merli

 

NORMA – Vincenzo Bellini 

Direttore: Matteo Beltrami 
Regia: Yona Kim 
Personaggi e Interpreti: 
• Pollione: Marcelo Puente 
• Oroveso: Liang Li 
• Norma: Marina Rebeka 
• Adalgisa: Diana Haller 
• Clotilde: Gabriele Rossmanith 
• Flavio: Dongwon Kang 
Scene: Christian Schmidt 
Costumi: Falk Bauer 
Luci: Reinhard Traub 
Videodesign: Phillip Bussmann 
Drammaturgia: Angela Beuerle 
Maestro del coro: Eberhard Friedrich 
Orchestra: Philharmonisches Staatsorchester Hamburg 
Coro: Chor der Hamburgischen Staatsoper 

Staatsoper Hamburg, 8 marzo 2020 
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“Il morbo infuria, l’opera ci manca…” 

Parafrasando la celebre poesia “A Venezia” di Fusinato, eccome se ci manca! Al punto di raggiungere Amburgo ed accedere a teatro sotto la mentita veste di semplice spettatore. Poi, nella notte tra sabato 7 e domenica 8 marzo, giunge confusa la notizia del “decreto Conte”: Lombardia eguale “zona rossa”, chiusi gli accessi. “Nessun può entrare, nessun può uscire” come nel villino sulla riva della Senna nel secondo atto dell’Adriana Lecouvreur. Come si fa a non essere “melodrammatici” quando poi, per tornare a Milano, si deve affrontare un’odissea tra voli cancellati e coincidenze saltate? Fortunatamente si è potuto, per un soffio, salire sull’ultima “tradotta” – come mia nonna materna Anna, in fuga dal Friuli dopo la disfatta di Caporetto nel 1917, incinta e con tre bambine tra cui, la più piccola, mia madre di cinque anni mentre infuriava la “spagnola”- sull’ultimo volo da Amburgo a Roma, ancora per poche ore “città aperta”. Da lì, finalmente in treno, arrivare a casa, sotto la protezione della Madunina, fidenti che ci protegga e che allontani quanto prima questo contagiosissimo virus.
Questa la cronaca di quella che si prospetta come l’ultima impiccionata della stagione, nella speranza di veder riprendere quanto prima la vita dei nostri teatri e di poter viaggiare liberamente all’estero. 

Si è trattato di una nuova produzione di Norma all’Opera di Stato di Amburgo. Un ulteriore spettacolo di Regietheater affidato alla koreana Yona Kim, con le scene di Christian Schmidt, i costumi di Falk Bauer, le luci di Reinhard Traub, le video proiezioni di Philip Baussmann e l’irrinunciabile “drammaturgia” di Angela Beuerle. Il miglior commento, e così al pari di Norina nel Don Pasquale “me ne lavo le mani” in sintonia con le direttive di igiene anti-virus, è stata l’accoglienza del pubblico che alla ribalta finale ha coperto di “buh” gli artefici della parte visiva. Dove se ne sono viste di ogni: la descrizione meriterebbe un capitolo a parte. Ovviamente nemmeno l’ombra di romani e di druidi, non sia mai che si seguano le didascalie del libretto: orrore! Però i “galli”, seppure indirettamente, sono stati suggeriti nella figura, pensate un po’, di Pollione che, al pari di Nemorino nell’Elisir d’amore, è qui “il gallo della Checca” che “tutte segue e tutte becca”, compresa la povera Clotilde – bravissima per inciso Gabriele Rossmanith, sia musicalmente che, soprattutto, nel seguire le indicazioni registiche – che da comprimaria assume drammaturgicamente il ruolo di assoluta protagonista in innumerevoli controscene, presenziando tutto lo svolgimento dell’opera. Si deduce sia stata, in gioventù, una delle tante vittime del proconsole seduttore. Il quale a fine primo atto violenta sotto gli occhi di tutti la malcapitata Adalgisa, sulle scale di una sorta di bunker dove abita Norma che vi cela la prole – due bimbi visibilmente afflitti da schizofrenia ed autismo – che, novella Frau Goebbels, addormenta con il sonnifero nello sciroppo di menta prima di tentarne il “figlicidio” durante la festa di compleanno. Direi che già ciò basta e avanza per capire la “natura” dello spettacolo. E rimango vieppiù convinto, vista la reazione di gran parte del pubblico, che il giorno in cui gli si concederà la possibilità di vedere quercia, vischio, armature romane e costumi druidici, sarà una gran festa. 

Grande, grandissima festa riservata alla parte musicale. Iniziando dalla protagonista, il soprano lettone Marina Rebeka che si conferma Norma di tutto rispetto. Nonostante la regia la riduca ad una sorta di terrorista, in camicia da notte con alternativamente sopra un trench, quando gira per casa ed un pastrano di astrakan se deve ufficiare il rito, con un’improbabile parrucca rossa che la rende simile alla “Pantera di Goro” nelle celebri interpretazioni di Kurt Weill, ne sortisce una personalità travolgente per intensità di fraseggio, adeguatezza ed incisività dell’accento cui si sommano la ricchezza di armonici, l’estensione in saettanti acuti di forza, e la musicalità adamantina. Apprezzabile nelle agilità della cabaletta “Ah bello a me ritorna”, quanto ammirevole nelle dinamiche che dal fortissimo si stemperano in piani e pianissimo di rara suggestione, potendo prendere le note e modularle con salda fermezza. Insomma, il trionfo che il pubblico le ha tributato è stato assolutamente condivisibile e condiviso, tra l’altro con la bravissima Adalgisa del mezzosoprano fiumano Diana Haller, dalla voce altrettanto duttile, sostenuta da un’emissione perfetta e svettante nei frequenti Do acuti di cui la parte è costellata con estrema facilità e potenza. Un “Falcon” che, in un futuro, potrebbe anche alternarsi nella parte di Norma; va seguita con grande attenzione perché è un elemento prezioso anche dal punto di vista interpretativo e scenico. 

Uno scalino sotto la componente maschile, capeggiata dal baldo e tonante 57enne tenore argentino Marcelo Puente, molto attivo nel nord Europa e che alla Scala abbiamo avuto maniera di apprezzare quale valido Paolo il Bello nella Francesca da Rimini di Zandonai. Interprete generoso, dal bel timbro maschio, musicalmente quadrato, ma con qualche difficoltà nell’acuto che tende ad andare, come si dice in gergo, un po’ “indietro”. Ciò nonostante, molto apprezzato dal pubblico ed interprete adeguato oltre che per l’innegabile presenza fisica, per la convincente esecuzione, superata l’aria di sortita, del resto dell’opera. Modesto, sia vocalmente che come interprete, il basso cinese Liang Li che pure gode di una certa fama internazionale, nella parte di un Oroveso dall’aspetto impiegatizio. Promettente, piuttosto, il Flavio del tenore koreano Dongwon Kang, giovane elemento dell’Accademia del Teatro, che ha il triste destino d’essere trucidato in scena. 

Sul podio Matteo Beltrami, che ad Amburgo è chiamato giustamente a dirigere il repertorio italiano in un mese dedicato all’opera italiana e che tra una Norma e l’altra dirigerà anche il verdiano Otello nella prossima ripresa di uno spettacolo firmato da Calixto Bieito. A capo di un’orchestra davvero esemplare per pulizia e brillantezza di suono, si rivela ideale nel sostegno del palcoscenico, quando come è d’obbligo nel puro Belcanto, si deve far “cantare” l’orchestra coi solisti. Nondimeno imprime un ritmo ammirevole all’incalzare drammatico dell’azione, trovando nella musica quella verità che manca, in questo caso, allo spettacolo e cioè l’aura romantica e sentimentale belliniana comprensiva, in quest’opera, dei lampi e bagliori di una lotta interiore e tra due mondi in contrasto. Di notevole rilievo la grande scena corale “Guerra, guerra”, esplosa in tutta la sua barbarica violenza. Lode anche al brillante e partecipe coro, ben istruito da Eberhard Friedrich

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