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Interview

Musica: Prima classic, la boutique label di una vera primadonna

Mi interessa il processo di crescita, non solo il risultato immediato. E per crescere ho bisogno di sfide continue, a livello psicologico e tecnico: altrimenti potrei cantare Mimì tutta la vita e stare tranquilla! (…) Sicuramente canterò molto spesso Norma nei pros simi anni: se riesco a fare bene il Belcanto, posso affrontare più o meno tutto.

Prima classic, la boutique label di una vera primadonna

 

Febbraio 2019
Nicola Cattò

 

Le regole giornalistiche, e le abitudini di un mensile come il nostro, imporrebbero di evitare di tornare ad intervistare un’artista cui avevamo dedicato un lungo servizio un anno e mezzo fa, nel giugno 2017: ma è tale la qualità di questo CD e la bravura di Marina Rebeka che l’eccezione è più che giustificata. L’incontro con il soprano lettone avviene pochi giorni prima di Natale, nel suo albergo milanese: la cantante è a Milano per le prime prove della Traviata che canterà alla Scala da gennaio in poi. E subito mi esprime la sua soddisfazione per potere cantare in un allestimento «finalmente tradizionale». La stuzzico chiedendole se, dopo aver debuttato a Milano con lo storico Viaggio a Reims ronconiano ormai dieci anni fa, non le scocci tornare per l’ennesima ripresa di una regia – quella della Cavani – che a me pare ormai eccessivamente invecchiata. Non direi sia uno spettacolo «vecchio», semmai è «classico»: e sta a noi cantanti, che siamo l’elemento giovane, moderno, farlo rivivere, renderlo vero. Ho cantato a New York in una Traviata iper moderna, quella con la celebre regia di Decker, ma in quello spettacolo c’erano punti che non condividevo, tanto che ho chiesto (e ottenuto) dei cambiamenti. Ritengo troppo facile creare una Traviata scandalistica, che sottolinei solo il fatto che Violetta è una prostituta: era anche una donna intelligente, raffinata, che per gli uomini costituiva un oggetto di lusso, uno status symbol. Non è Lulu. E in Verdi si avverte benissimo come la sua sofferenza derivi dall’essere costretta a vivere una vita che non vorrebbe: il suo sacrificio è dare tutto per l’amore sincero. In Violetta – che è pure una business woman – c’è un lato infantile, perchè non è mai stata veramente giovane; e, in più, cambia spesso umore, conseguenza della sua malattia. Insomma, il personaggio è davvero sfaccettato: e ogni produzione ne sottolinea un aspetto, oppure un altro. Nell’intervista pubblicata nel numero 287 lei sottolineava come Violetta e Norma siano i personaggi che vocalmente le stanno meglio… Non solo vocalmente, soprattutto psicologicamente: sono personaggi complessi. Di Violetta abbiamo detto, mentre Norma è madre, amante, guerriera, figlia, quasi assassina; è capace di umiliarsi davanti ad Adalgisa. E quelle colorature fulminanti ne rendono il carattere in maniera superba.  

Come Violetta, anche lei ha fatto una scelta da business woman per questo terzo recital discografico: dopo il primo, mozartiano, con una major (Warner) ed il secondo, rossiniano, con l’etichetta di un’orchestra (BR Klassik), ha deciso di fare tutto da sè, per questo CD dal titolo «Spirito», creando all’occasione l’etichetta Prima Classic. Perché?  

Ci sono vari motivi. Anzitutto volevo avere totale controllo sulla qualità della registrazione: di solito i tecnici hanno poco tempo per dedicarsi interamente ad un progetto singolo. Poi raramente i cantanti possono intervenire in fase di editing, e scegliere i singoli take; infine c’è la questione del mixaggio. Ci sono voci fonogeniche e altre meno: in più nella classica si è diffusa, recentemente, l’utopia di un suono «naturale». Nei miei dischi precedenti la mia voce, dal Sol in su, diventava metallica, mentre dal vivo non lo è, neppure registrandola con un semplice cellulare: sono gli armonici superiori quelli che danno la qualità della voce. La registrazione, quindi, va curata perché renda la profondità e la rotondità degli acuti come li ascolti in sala: per questo ci vuole un tecnico del suono di grande livello, che sappia stabilire un equilibrio perfetto fra orchestra e solista. Ogni etichetta ha il suo, e il cantante non può dire niente. Anche le precedenti registrazioni sono state pagate da me, ma qui ho fatto un passo ulteriore: ho preparato il materiale musicale, ho coinvolto mio marito che è ingegnere del suono, ho scelto il tecnico del suono, trovato i distributori, contattato i giornalisti…  

Perché i complessi di Palermo?  

Si sono dimostrati entusiasti del progetto ed inoltre erano disponibili quando anch’io ero libera, lo scorso giugno, per sei giorni complessivi. Sono esperti, inoltre, del repertorio che ero intenzionata a incidere, in cui l’aria di Norma doveva rappresentare il «pezzo forte» del disco; poi, avendo cantato a Roma Maria Stuarda, ho pensato di inserire non già l’aria di entrata, ma la grande, stupenda preghiera col finale. Lo stesso per Pirata e Bolena da cui, però, ho dovuto omettere «Cielo, a miei lunghi spasimi» per questioni di minutaggio; per completare ho dovuto scegliere fra il finale di Roberto Devereux e le arie della Vestale, che hanno avuto la meglio ancora una volta per motivi di spazio!  

D’altronde fra Norma e Vestale c’è un legame molto saldo: la trama, ma anche la vocalità?  

Spontini è stato un po’ dimenticato dopo la Callas, che però cantava Giulia in italiano: una differenza davvero grande, perché la lingua francese impone suoni e fraseggio diversi. Non è Belcanto puro, ci sono influenze di Gluck e Mozart: anche per me è un passaggio dai Mozart e Rossini dei precedenti CD al repertorio affrontato in questo. Mentre cantavo Traviata a Parigi, passavo il mio tempo libero alla Bibliothè que nationale a studiare il manoscritto di Spontini!  

Si nota, ascoltando il disco, una cura speciale nelle variazioni, differenziate stilisticamente da un autore e da un titolo all’altro. Chi le ha scritte?  

É tutta farina del mio sacco. Come mi disse Zedda all’Accademia rossiniana, le variazioni devono essere tagliate su misura della voce e della persona: non ha senso, quindi, che qualcun altro le scriva. E non bisogna mai esagerare, perché si rischia di «inquinare» la linea. Le maggiori difficoltà le ho avute con Norma, la cui cabaletta è cantata senza tagli, e ha bisogno di cambiamenti che rispettino le voci: la prima versione che avevo realizzato non andava bene e ho dovuto rifare tutto. Il Belcanto vive di fragili equilibri: basta poco per rendere banale questa musica.  

Come ha lavorato con il Maestro Bignamini?  

Era la prima volta che lavoravamo insieme, e mi sono trovata molto bene: è italiano, esperto di questo repertorio e abituato a collaborare con i cantanti. Come me, ha sempre l’obiettivo di raggiungere il migliore risultato possibile: eravamo due matti, in quei giorni! Non è facile trovare direttori competenti nel Belcanto – recentemente mi sono trovata bene con Carlo Rizzi al Met – e che vogliano lavorare sul serio: ho una mia lista nera!  

In questo disco lei affronta il Belcanto, ma ha un repertorio amplissimo, che spazia dal Barocco all’opera francese, da Verdi ai Pagliacci: cosa la spinge a tale versatilità?  

Anche qui, direi che deriva dalla mia follia. Io parlo sei lingue, e in ogni lingua c’è un universo diverso, un modo di pensare diverso: lo stesso vale per gli stili musicali, il bello è rinnovarsi in ogni repertorio. Fa molta differenza se io canto Traviata dopo Mimì o dopo Bolena: è un fatto automatico. Sa, ci sono due tipi di cantanti: quelli che non cambiano mai vocalmente per tutta la carriera (penso ad alcuni soprani lirico-leggeri, o a un tenore come Kraus) e quelli come me che sono meno stabili, più «pericolosi», il cui repertorio e la cui voce evolvono naturalmente. Il corpo umano cambia ogni sette anni circa. Ho rifiutato tante proposte che non mi sembravano adatte come Tosca e Butterfly, Don Carlo e Ernani, Lohengrin e Salome: questo non perché non ne possedessi le note – Tosca è ben più facile di Bolena! – ma perché pensavo di non avere ancora l’esperienza necessaria. E poi, una volta arrivati a Tosca è molto difficile tornare indietro al Belcanto: solo pochissimi cantanti ci sono riusciti. Potrei accettare tutte le proposte, fare una super carriera, guadagnare molto: ma fra pochi anni, sono sicura, la voce se ne andrebbe. Mi interessa il processo di crescita, non solo il risultato immediato. E per crescere ho bisogno di sfide continue, a livello psicologico e tecnico: altrimenti potrei cantare Mimì tutta la vita e stare tranquilla!  

C’è poi tutto l’universo della musica da camera: potrebbe essere oggetto di una prossima incisione?  

Sicuramente sì, sto preparando un programma liederistico. Tornando ai motivi che mi hanno spinta a fondare Prima Classic, fondamentale è stata la libertà di scegliere cosa cantare, nonché con chi e quando farlo; e poi potere decidere sulle questioni «estetiche» del disco. Ora le major spingono per avere foto pop di noi cantanti: ma se il pubblico volesse questo, non comprerebbe un disco classico! La copertina del CD deve per me rifletterne il contenuto: non avrei potuto posare sorridente in un disco che contiene arie di regine che vengono ammazzate! Preferisco un’estetica meno gridata: moderna, certo, ma seria.  

Il disco deve riflettere il repertorio teatrale o può consentire sfizi non possibili ad un cantante sul palco?  

In un certo senso potrebbe permettere qualche allargamento, ma il fatto è che se, ad esempio, registrassi l’aria di Abigaille, subito i teatri mi chiederebbero Nabucco: bisogna essere molto prudenti, quindi. Semmai, si possono includere repertori che possono essere un obiettivo futuro. Dal vivo canto «Dich, teure Halle», ma non mi sogno neppure di affrontare Tannhäuser!  

Ma Prima Classic sarà aperta ad altri artisti?  

Le etichette discografiche tradizionali hanno un roster di artisti, e difficilmente permettono intrusioni di chi ne e` fuori: ecco, io voglio dare spazio a tutti quei bravi cantanti che meritano di apparire. Potremo aprirci anche a musica non vocale – pianistica o quartetto d’archi – ma vogliamo essere una boutique label tagliata su misura dei cantanti. L’obiettivo non è certo fare soldi – pensi che questo CD è stato piratato 24 ore dopo la pubblicazione! – ma rendere giustizia ai tanti talenti del nostro mondo.  

La Scala cerca una Norma da oltre quarant’anni: possibile che lei metta fine all’attesa?  

Sarebbe un sogno per me: voglio prima vedere come andrà Traviata, perché cantare in Italia è sempre rischioso, il pubblico non si fa problemi a fischiare. Sicuramente canterò molto spesso Norma nei pros simi anni: se riesco a fare bene il Belcanto, posso affrontare più o meno tutto. Quindi non posso negare che ne sarei felicissima.