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Review

MUSICA – REVIEW – SIMON BOCCANEGRA – SALZBURGER FESTSPIELE 2019

Marina Rebeka governa con agio la scrittura non sempre facile di Amelia, sfoggiando un canto ineccepibile a tutte le altezze e intensità.

Il festival di Salisburgo detta la linea

 

18 agosto 2019
Paolo di Felice

 

VERDI Simon Boccanegra L. Salsi, M. Rebeka, C. Castronovo, R. Pape, A. Heyboer, A. Di Matteo, L. Long; Konzertvereinigung Wiener Staatsopernchor, Wiener Philharmoniker, direttore Valery Gergiev regia Andreas Kriegenburg scene Harald B. Thor costumi Tanja Hofmann luci Andreas Grüter 

Großes Festspielhaus, 18 agosto  

Quello di Salisburgo è senza dubbio il festival musicale più importante del mondo. Lo attestano i numeri: il budget complessivo supera i 61 milioni di euro, di cui circa la metà (31 milioni) proviene dalla biglietteria (con un occupancy rate del 97%, garantita da spettatori provenienti da 78 diversi Paesi). Sommando i ricavi del botteghino ai contributi privati (sponsor, fondazioni, donatori), la percentuale di budget auto-finanziato supera abbondantemente il 75%. Il complemento a 100 (circa 13,5 milioni di euro) è garantito da sovvenzioni pubbliche.  

È ovvio che una manifestazione di questa portata — che nel 2020 festeggerà il suo centenario — svolga una funzione di trend setter rispetto a quanto di nuovo si muove nel mondo dell’opera lirica. A questo riguardo, se il focus di quest’edizione estiva 2019 erano i miti dell’antichità e la loro immutata valenza nel tempo, a livello critico il dato più evidente è una tendenza sempre più marcatamente interventista non solo dei responsabili della parte scenica, ma anche degli esecutori musicali, con il dichiarato intento di parlare con maggior incisività al pubblico di oggi, sia in termini di contenuto che di linguaggio. Delle sette produzioni andate in scena (di cui cinque nuove), in ben quattro casi ci sono stati interventi significativi rispetto a quanto previsto dal compositore. In Alcina, un’aria della protagonista è stata spostata alla fine per meglio servire il messaggio della messa in scena; in Medée — affrontata dal regista Simon Stone con un taglio marcatamente cinematografico — sono stati interamente soppressi i dialoghi parlati, sostituiti dai messaggi lasciati dalla protagonista nella segreteria telefonica del cellulare di Jason. Questi due spettacoli sono recensiti su MUSICA 309 di settembre, cui pertanto si rinvia per i dettagli.  

Delle tre opere qui in commento, solo Simon Boccanegra non è stato toccato a livello musicale. L’ambientazione scelta dal regista Andreas Kriegenburg e dal suo team è però contemporanea: il Prologo è dominato dall’onnipresenza degli odierni mezzi di manipolazione di massa, vale a dire gli smartphone, che invadono senza tregua il tempo e lo spazio dei loro proprietari con tweet finalizzati a orientarne le posizioni politiche (e quindi i voti). È così che il “populista” Simone sale al potere, conservandolo per i successivi venticinque anni, durante i quali da paladino del popolo si trasforma in un ricco e privilegiato esponente dell’establishment, minacciato dagli avversari politici, che tramano per riprendersi il potere in un costante e immutato clima di sospetto, di odio, di frattura tra fazioni politiche opposte. Non si tratta di una battaglia sui contenuti, ma di una pura e semplice lotta di potere, nell’ambito della quale la propaganda e la manipolazione delle masse assume un’importanza cruciale. Inutile sottolineare il parallelismo con quanto vediamo oggi accadere nel mondo della politica (sia a livello di modalità di comunicazione, che di risultati). La scena è uno spazio enorme e asettico, in cui è assente ogni riferimento alla natura e rispetto al quale gli uomini appaiono decisamente sottodimensionati, metafora di un potere decisamente fragile nel suo essere autoreferenziale e isolato. L’idea è interessante; nel seguito, però, la regia trascura di portare in primo piano i conflitti privati dei personaggi e le loro interrelazioni con la vita pubblica e trasmette quindi solo parzialmente il contenuto drammaturgico del capolavoro verdiano. L’esecuzione musicale è di altissimo livello, a cominciare dalla concertazione di Valery Gergiev, che alla testa dei Wiener restituisce con grande maestria la tinta scura e il mood profondamente pessimista di quest’opera, mantenendo al contempo sempre elevata la temperatura teatrale. Nel ruolo del titolo Luca Salsi propone un fraseggio vario, sofisticato, intenso; la recitazione, però, è piuttosto scontata e quindi non particolarmente incisiva (evidente, a questo riguardo, la latitanza del regista). Ad onta di occasionali sbavature nell’intonazione, René Pape è un Fiesco ombroso e perentorio, nel canto come nella presenza scenica. Marina Rebeka governa con agio la scrittura non sempre facile di Amelia, sfoggiando un canto ineccepibile a tutte le altezze e intensità. Charles Castronovo è un Gabriele Adorno ardente, che viene a capo più che dignitosamente degli scogli vocali del ruolo. Nel suo essere costantemente truce, il Paolo di André Heyboer è mediocre e monotono; soddisfacente, di contro, il Pietro di Antonio Di Matteo.  

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