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OPERA E OPERA– REVIEW – NORMA -THÉÂTRE DU CAPITOLE – TOULOUSE

Marina Rebeka, Norma, ha un apparato fonatorio di ammirevole potenza e duttilità. Una rara facilità di emissione e di agilità le ha reso il ruolo quasi una passeggiata, godendo il soprano di uno squillo e di una proiezione assolutamente ragguardevoli.

NORMA di Bellini a Toulouse – Review by Natalia Di Bartolo – Belle voci salvano una messa in scena non del tutto ortodossa

 

12/10/2019
Natalia Di Bartolo

 

E’ ormai invalso l’uso di eseguire la sinfonia delle opere a sipario aperto. Balli, movimenti scenici, proiezioni, narrazioni uso prequel: finora si era visto di tutto, ma ancora probabilmente nessuno aveva osato declamare sulla musica.
Cotanto ha osato mettere in atto giorno 5 ottobre 2019 al Théâtre du Capitole de Toulouse la regista Anne Delbée. Un non meglio identificato cervo bianco (sbucato dalla Selva druidica, si suppone) osava vaticinare in francese sulle note Divine della sinfonia di Norma del Divino Bellini.  

La questione, inaccettabile sia dal punto di vista acustico che da quello artistico, è proseguita nell’azione di disturbo anche in altri momenti sinfonici dell’Opera, suscitando addirittura le proteste del pubblico. Lo sconcerto degli spettatori è stato palese: mai sentita una platea che si astiene dagli applausi alla fine giusto di quella sinfonia.  

Qualunque cosa avesse declamato durante la sinfonia e anche dopo, questo sgradevole cervo bianco sarebbe stato ed è stato fuori luogo. Volendo dare un’interpretazione ipotetica, si trattava di una sorta di figura apotropaica, che mai nulla ha avuto a che vedere con Norma. Non c’era in scena, però, traccia della quercia druidica, né del vischio. La luna è comparsa in netto ritardo rispetto alle intenzioni espresse dal libretto, che già in Casta Diva alla Luna si rivolge. Insomma, ci si chiede se la regista avesse letto i versi del Romani.  

La freddezza scenica di questa Norma, poi, è stata glaciale; più fredda dei luoghi lontani in cui è ambientata: un tutto lucido delle scene di Abel Orain, con un piano inclinato al centro e qualche proiezione nello sfondo e sui lati; i costumi curati ma anonimi e a-temporali di Mine Vergez, che aveva piazzato, tra l’altro, un simbolico, enorme scorpione sulla corazza di Pollione, le luci altrettanto fredde di Vinicio Cheli.  

Pubblico spiazzato e sconcerto soprattutto dagli intenditori dopo, oltretutto, aver ascoltato già nella sinfonia un’orchestra lanciata dal Maestro Giampaolo Bisanti a tutto volume. Il che ha cominciato a non lasciare ben sperare per le sorti orchestrali del seguito.  

Infatti l’intera opera ha risentito nella direzione di dinamiche curate ma in un certo senso “appiattite” dal tutto forte e fortissimo, fatti salvi, per fortuna, alcuni momenti. Perfino nell’accompagnamento di Casta Diva, nelle pause della bella voce di Norma, Marina Rebeka, il celeberrimo cantabile non è stato risparmiato da accenti di eccesso sonoro. In questo caso, dunque, occorre riconoscere al maestro Bisanti la capacità di seguire e supportare attentamente l’interprete, ma non quella di rinunciare alle sonorità accentuate appena ne trovava spiraglio. I tempi belliniani, ad onor del vero, sono stati corretti e questo fa onore al Direttore Bisanti.  

Bisogna dunque concludere che questa Norma francese è stata di tutto rilievo soprattutto perché ha goduto di voci molto interessanti.  

Marina Rebeka, Norma, ha un apparato fonatorio di ammirevole potenza e duttilità. Una rara facilità di emissione e di agilità le ha reso il ruolo quasi una passeggiata, godendo il soprano di uno squillo e di una proiezione assolutamente ragguardevoli. Si auspica che anche l’interpretazione, che dalla regia non era debitamente supportata, si evolva allo steso livello: una voce fuori dal comune.  

Delicata, dotata di chiaroscuri eleganti, moderata ma di effetto nei momenti in cui doveva venir fuori lo squillo, la dolce Adalgisa di Karine Deshayes, che conferma doti vocali e sceniche di tutto rispetto.  

Le due belle voci femminili, diverse ma complementari, si sono fuse magicamente nei celebri duetti: davvero un bell’ascoltare un Bellini rispettoso dei tempi e degli accenti.  

Il Pollione di Airàm Hernandez è stato una vera sorpresa, abituati come siamo a vedere ed ascoltare Pollioni attempati e/o, a volte, privi di sovracuti. Anch’egli è stato all’altezza delle gran voci femminili e anche nei passaggi più difficili ha sfoggiato un bel timbro e una facilità di fraseggio che lo hanno reso gradevole e credibile, da ascoltare anche nei sovracuti.  

Meno pregnante, ma corretto, l’Oroveso di Bálint Szabó, dal quale avremmo voluto maggiore autorevolezza sia vocale che scenica.  

A onor del vero molto gradevoli tutti i concertati, con comprimari di livello; buono il Coro du Capitole, diretto da Alfonso Caiani.  

Insomma: questa Norma, sia pure tenuta un po’ sopra le righe dal Direttore Bisanti, ha sortito un effetto d’ascolto coeso e coerente ed è stata tratta in salvo soprattutto dall’alta qualità delle voci.  

Tante volte, ormai, meglio chiudere gli occhi durante la messa in scena di alcune opere, ma purtroppo, mentre si levavano le note belliniane non si sono potute chiudere le orecchie al disturbante delirio fonatorio del cervo bianco. Al che lo spettatore più esigente si è chiesto se non sia opportuno, d’ora in poi, andare a teatro portandosi dietro uno schioppo…

 

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