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Review

RIVISTA MUSICA – REVIEW – LA TRAVIATA – TEATRO ALLA SCALA

(…) Marina Rebeka, una Violetta semplicemente meravigliosa per la perfezione assoluta della vocalità (trilli, colorature, il Mi bemolle del primo atto, il continuo gioco piano/forte), per la dizione esattissima che è la chiave di volta di un fraseggio lirico, sfumato, sempre lontano da facili isterie, e per l’intensa femminilità di una Violetta sensuale, umana, attrattiva, esaltata poi dai costumi forniti da Dolce e Gabbana.

Verdi e Beethoven: la Scala torna a casa

 
Nicola Cattò

 

Dopo il fatidico 22 febbraio, data della prima (e ultima) del Turco in Italia, torna a risuonare alla Scala un’opera completa: non in forma scenica, ma con l’orchestra ben spaziata sul palcoscenico, il coro disperso in due metà ai lati (e quindi seminascosto) e i cantanti che improvvisano un minimo di azione, con un paio di sedie e un sofà per far morire la povera Violetta, dietro al direttore. Non certo una soluzione ideale, ma se pensiamo che la normalità avrebbe previsto l’ennesima riproposizione del decotto spettacolo della Cavani, non c’è molto da lamentarsi: per fortuna l’entusiasmo dello scarso pubblico – decimato dalle draconiane norme «di sicurezza» — ha saputo spazzar via la sensazione di gelo che accoglieva tutti una volta entrati nell’amatissimo teatro. Zubin Mehta, ancora fragile ma molto più in salute di qualche mese fa, parte con un bellissimo Preludio, tutto sfumato e legato, ma le cose buone finiscono lì: è solo il rispetto per un sommo artista quale egli è stato che mi vieta di calcare la mano sui tempi assurdamente lenti, senza che avessero alcun senso logico o drammaturgico, sull’indulgere ai soliti tagli e alle cattive abitudini in fatto di rallentandi o indugi fuori luogo, sul senso, insomma, di pigra, senile routine che dominava l’intera concertazione, e che ha tra l’altro portato a non episodici scompensi con orchestra e coro. Certo, la chiarezza della concertazione era esemplare, così come il risalto conferito a dettagli strumentali di solito trascurati: ma certo non bastava. Età simile a quella di Mehta denuncia Leo Nucci, altro beniamino del pubblico, per cui devo purtroppo ripetermi: la voce è ancora riconoscibile nel colore e salda negli acuti, ma la linea evidentemente non è ferma, il legato sdrucito (e la rinuncia a tutte le appoggiature in «Di Provenza» di fatto snatura il brano) e il fraseggio un qualcosa di già sentito mille volte. Ma non è solo questione di età: Atalla Ayan è un giovane tenore brasiliano di mezzi che si intuiscono generosi, ma non sa fornire al ruolo di Alfredo né raffinatezza di canto né perspicacia di intenzioni, accontentandosi di una solarità buona per tutti gli usi.  

Detto dell’assoluta eccellenza dei comprimari (Francesca Pia Vitale, Annina, si è distinta già a Clip, il Concorso di Portofino presieduto da Meyer stesso), rimane Marina Rebeka, una Violetta semplicemente meravigliosa per la perfezione assoluta della vocalità (trilli, colorature, il Mi bemolle del primo atto, il continuo gioco piano/forte), per la dizione esattissima che è la chiave di volta di un fraseggio lirico, sfumato, sempre lontano da facili isterie, e per l’intensa femminilità di una Violetta sensuale, umana, attrattiva, esaltata poi dai costumi forniti da Dolce e Gabbana. Tanti i momenti memorabili, ma almeno due vanno ricordati: la cavata purissima, degna di uno Stradivari, nel concertato che chiude il secondo atto, dove la bellezza strumentale si fa ipso facto ritratto di un’anima dolente e nobile, e l’«Addio del passato», per fortuna presentato nella sua completezza, che è insieme un trattato di canto e di dolore rattenuto e intenso, senza mai che la grande artista lettone – lo ribadisco – debba ricorrere a trucchetti che il più delle volte celano problemi vocali. Per lei un meritato trionfo: quando la Scala si deciderà a affidarle quella Norma che manca scandalosamente del 1977?

 

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